In materia di legittimazione passiva delle USL soppresse e di risarcimento del danno per fatto illecito della P.A.

La Prima Sezione della Corte di Cassazione, con la sentenza 4403/2017, ha chiarito che la legittimazione passiva delle soppresse Unità Sanitarie Locali spetta, in via concorrente con le gestioni liquidatorie, alle Regioni. Tale principio presuppone, tuttavia, che si sia in presenza di un rapporto debitorio, già gravante sull’ente soppresso, da non far ricadere sulla gestione economica del successore.

Quanto al risarcimento dei danni da fatto illecito, deve ritenersi compresa nella domanda di risarcimento, anche in assenza di esplicita richiesta, la domanda di riconoscimento sia degli interessi compensativi, sia del danno da svalutazione monetaria.

In particolare la Suprema Corte ha ritenuto che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito (quale è quello da irreversibile trasformazione di un’area da parte della pubblica amministrazione) è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento sia degli interessi compensativi sia del danno da svalutazione monetaria, quali componenti indispensabili del risarcimento, tra loro concorrenti attesa la diversità delle rispettive funzioni, essendo i primi volti compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del bene e la seconda ad assicurare la reintegrazione patrimoniale del danneggiato. Sicché il giudice di merito deve attribuire gli uni e l’altro – e dunque adeguare la determinazione del danno al mutato valore del denaro nel momento in cui è emanata la pronuncia giudiziale finale – anche se non espressamente richiesti, pure in grado d’appello, senza per ciò solo incorrere in ultrapetizione.

I limiti del sindacato giurisdizionale della Corte di Cassazione sulle sentenze del Consiglio di Stato

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza 19070 del 28 settembre 2016 torna a pronunciarsi sul contenuto del sindacato della Corte di Cassazione sulle sentenze del Consiglio di Stato affermando che esso è circoscritto al controllo dei limiti esterni della giurisdizione dei giudice amministrativo, ovvero all’esistenza dei vizi che attengono all’essenza della funzione giurisdizionale e non al modo del suo esercizio, cui attengono, invece, gli “errores in iudicando” ed “in procedendo”.

Nella specie il vizio è stato ritenuto insussistente, atteso che il Consiglio di Stato si era limitato a confermare la legittimità del provvedimento prefettizio impugnato (interdittiva antimafia) considerando unitariamente le risultanze dell’istruttoria, sulla base di motivazioni espresse dalla stessa amministrazione con una nota e quindi non esulando dall’esplicazione interna del potere giurisdizionale riservato al giudice amministrativo.